Il falso mito del Politicamente Corretto

Sappiamo bene cosa si intende per Politicamente Corretto. Si tratta di quell’indefinito e onnipresente insieme di regole non scritte che censura chi viene percepito come discriminatorio, cancellandolo e togliendogli la libertà di parola e al contempo promuove rappresentazioni forzate.
Ecco, noi vogliamo dirvi non solo che il Politicamente Correttonon esiste, ma che il suo mito promuove attivamente un clima intollerante e discriminatorio.
Innanzitutto è necessario chiarire un concetto fondamentale: la discriminazione non è solo violenza fisica e verbale, le conseguenze più grandi e più invisibili della discriminazione nei confronti delle minoranze sono quelle che vengono da un clima di diffidenza costante, creato da un sentimento di minaccia. Anche chi ha “tanti amici gay” può manifestare attraverso le sue parole e le sue azioni la convinzione che le coppie dello stesso genere siano di serie B, causata dalla credenza che esse rappresentino una minaccia (per i valori, per la società, per i bambini, per la religione, eccetera).
Per capire dunque il motivo per cui il Mito del Politicamente Corretto inasprisce il clima discriminatorio bisogna vedere in quali modi crea la narrazione secondo la quale l’inclusione e il rispetto delle minoranze sarebbero una minaccia:

-La Censura
Molto spesso chi parla di Politicamente Corretto lo attribuisce ad una censura. Il termine “censura” è molto evocativo, perché ci porta immediatamente ad associarlo ai regimi totalitari, dunque è subito chiaro come questa parola favorisca il sentimento di minaccia. La verità però è che questo termine è usato impropriamente, perché le cosiddette “censure” del Politicamente Corretto in realtà sono misure che le aziende prendono verso se stesse per trasmettere un’immagine positiva, cosa che fanno da sempre. Per esempio, a Facebook non importa se Tizio scrive insulti razzisti, ma gli importa molto se i genitori di Caio impediscono al figlio di iscriversi alla piattaforma perché ha la reputazione di luogo sgradevole e razzista. Nessuno costringe Disney a mettere un avvertimento all’inizio dei suoi vecchi film più problematici, ma considerati gli sforzi che la multinazionale fa per costruirsi un’immagine per famiglie dovremmo davvero stupirci di questa scelta?

-La libertà di parola
Riciclando una tattica già diffusissima negli ambiti conservatori e bigotti, i critici del Politicamente Corretto offrono un’interpretazione fantasiosa della libertà di parola, facendola passare come libertà dalle conseguenze. Nessuna delle persone che hanno aiutato a solidificare la libertà di parola e di stampa come diritti ha mai voluto intenderle come uno strumento per liberarsi da ogni responsabilità derivante da ciò che si dice.

-Cancel culture
In modi non dissimili dagli “attacchi alla libertà di parola” e dai termini “dittatura” e “censura”, la narrazione della Cancel Culture è una distorsione dei fatti che capovolge le dinamiche sociali e rappresenta gruppi di minoranza come autorità superiori. Questo è un meccanismo di coping per venire a patti con il proprio sentimento di impotenza, specialmente quando i boicottaggi a stampo conservatore hanno così poca risonanza: all’improvviso ogni azione intrapresa da un’azienda per favorire la propria immagine diventa simbolo del potere delle persone con cui non siamo d’accordo, anche nei casi in cui nessuno ha chiesto all’azienda di intraprendere tale azione.

-Inclusione forzata
Parlare di come l’inclusione di minoranze nei media sia forzata ed esagerata ignora quanto in realtà si faccia ancora il minimo indispensabile nel campo della rappresentazione, ancora scarsissima sia di numeri che di qualità. Tutto questo dopo decenni di lotte costanti su queste tematiche, figuriamoci. Se le minoranze avessero davvero il potere di forzare le proprie rappresentazioni probabilmente esse sarebbero molto migliori e molto più numerose, in particolare dopo decenni di quasi solo personaggi bianchi, etero e cis sullo schermo.

​Alla fine dei conti le discussioni sul Politicamente Corretto, sempre aspre e piene di veemenza, non sono altro che un esempio di come sia facile prendersela con una “minaccia” che viene da fuori come personaggi di etnie o identità sessuali differenti da quelle che vediamo abitualmente, piuttosto che mettere in discussione i valori ciseteropatriarcali, tanto radicati quanto fragili.
La prossima volta che vediamo una rappresentazione che pensiamo sia un’esagerazione del Politicamente Corretto proviamo a chiederci seriamente: perché questa cosa è così tanto un problema per me? Perché gli sto dando così tanta importanza? cosa sto cercando di difendere così ardentemente?
L’accuratezza? Mentre si parla di film e show pieni di adattamenti e inesattezze storiche e scientifiche?
La qualità? Pensando davvero che rendere un personaggio più simile a me possa migliorarlo?
Le minoranze? Anche mentre mi dicono che le rappresentazioni di cui mi lamento sono meglio di niente?
Il bilanciamento? Anche dopo decenni di invisibilità e percentuali ancora bassissime di rappresentazione?

Speriamo che il porsi queste domande possa aiutare a mettere un minimo in discussione le ragioni per cui si scaglia così violentemente verso queste rappresentazioni e i motivi per cui giornali e blog affamati di click sono così impazienti di fomentare questo sentimento di minaccia ad ogni occasione.

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